Non capivo! Forse non si inizia una riflessione così ma non mi viene in mente un altro modo. Domenica 14 giugno sono andato all'Aquila per il progetto di A77. È stata una esperienza importante, che ha svelato una storia diversa da come ce la raccontano
Dovevamo portare un tendone da usare per le attività del Centro di Aggregazione. Il tendone era a Spello per la manifestazione dell’Infiorata, a cui A77 partecipa ogni anno. Ilaria, la referente del locale Centro di Aggregazione Giovanile “Il Camaleonte", aveva provato a chiedere ai vari Organi, competenti della gestione dell’emergenza, un mezzo per il trasporto.
Prima rivelazione … tutti i mezzi sono impegnati, non possono uscire per fare servizi di questo tipo. Bisogna aprire una procedura di richiesta ufficiale, verificare …
Ok, siamo abituati. Poche telefonare ed Alessandro, un amico di Capodarco di Fermo, si rende disponibile e mobilita la Croce Verde di Porto San Elpidio nelle Marche che mette a disposizione una furgone.
Seconda rivelazione … Ilaria non molla. Ritorna negli uffici preposti, COM 1, e chiede se ci mettono a disposizione qualcuno, vigili del fuoco, volontari della Protezione Civile, militari per montare il tendone che richiede almeno 6 persone. “Ci dispiace non possiamo, anzi avete il permesso per montare il tendone? Non si può montare nulla senza autorizzazione, le iniziative vanno fatte solo nelle tendopoli, dovete chiedere il permesso, dovete andare …” Ilaria ringrazia e se ne va.
Un viaggio meraviglioso attraverso zone sconosciute a molti, colline verdi grazie alle abbondanti piogge di questo anno, piccoli paesi arroccati su monti e colline dai nomi ignoti, strade che ti costringono alla lentezza a cui non siamo più abituati. Un viaggio lento ed intenso per avvicinarsi a quello a cui non ero ancora preparato.
Arriviamo ed Ilaria ci accoglie con il sorriso nonostante la stanchezza. Andiamo al Centro. Con un po’ di fatica e con l’aiuto di alcune persone che si rendono disponibili sul momento montiamo il tendone. Sembra un film. Appena finiamo di montare il tendone, inizia un tipico temporale estivo, acqua che scroscia. Alcune persone che sono vicine per ascoltare un concerto della Banda dei Vigili Urbani, vi si rifugiano immediatamente. Persone che corrono, l’acqua che scorre, le case intorno tutte in piedi, in fondo non mi sembra di essere nella città vista alla televisione.
Andiamo a mangiare qualcosa e scopriamo che una delle poche, forse le uniche, attività commerciali che hanno ripreso sono i posti in cui si possono mangiare gli “arrosticini di pecora” e le carni alla brace. Nei campi non si mangia male ma andare a magiare qualcosa di diverso fuori dal campo è uno dei pochi svaghi. Tavoli all’aperto, le persone mangiano e tentano conversazioni da vita “normale” intorno a noi; parlano di terremoto, ma non solo, anche della quotidianità che comunque va avanti. I nipoti da crescere, che facoltà scegliere, come è buono il mangiare italiano…se non fosse per gli uomini in divisa militare ed i Vigili del Fuoco che mangiano sembrerebbe una città diversa da quella vista in televisione.
Terza rilevazione … Ilaria ci chiede se prima di ripartire vogliamo vedere l’Aquila di sera. Ma come non era questa l’Aquila? Iniziamo a girare e le scene cambiano come ti avvicini al centro, come la luce sfuma per lasciare posto al buio della notte; la notte che amplifica la paura che alberga nelle persone di questa città. Il centro bloccato, ovunque transenne, macchine della polizia, camionette dell’esercito, mezzi della protezione civile. Tutti a guardia di una città che non c’è più. Andiamo un po’ lontano dal centro; non ci sono mezzi e camionette, non c’è proprio nessuno. E qualcosa di strano ci colpisce, una sensazione indefinita. Non riesco a capire cosa sia. Capisco. Tutte le case, anche quelle che sembrano perfette ed in piedi sono buie. Non una luce, non una finestra illuminata, aperta, non una voce non un rumore non una macchina. Silenzio anche nella nostra auto. Iniziamo a capire. Non è l’Aquila che vediamo in televisione.
E questa non è l’Aquila che ci racconta le televisione. Case verificate, splendide case di legno subito, dentiere immediate per anziane bisognose, soldi immediati. Attivismo, azioni, mezzi e risorse. Peccato che non trovi un mezzo per portare un tendone, che la burocrazia è sempre presente nel perfetto stile italiano “della domanda e del timbro”.
E comunque non di solo queste cose vive una città e l’uomo che vi abita. Il terremoto ha rotto il tessuto sociale, la vita quotidiana fatta di piccole cose banali. Il terremoto ha messo negli animi la paura, la paura che rende anche le parti abitabili assolutamente deserte. La paura che fa dire alle mamme “mandiamo i nostri bambini al Centro purchè non li portiate nella struttura anche se è certificata in classe A - Agibile”. La paura che rende utile un tendone per far giocare i bambini e rende i genitori tranquilli.
Quarta rivelazione … Chi ha i soldi soffre meno di chi non li ha, ma comunque non è forse più felice. Banale vero, ma si tocca con mano. Chi aveva la possibilità se ne è andato e magari pensa di non tornare più, almeno per un bel po’. Gli altri restano nelle tendopoli, non brutte ma pur sempre tendopoli; senza una occupazione senza quelle piccole cose quotidiane che danno il puro e tranquillo senso di normalità. Ma agli uni e agli altri forse ciò che manca di più è la vita sociale con le persone vicine di casa, con i genitori davanti alla scuole dei figli, mancano le chiacchiere dal giornalaio sotto casa ed il battibecco per cose futili, manca la vita associativa e la partita dei figli al campo sportivo.
Ma le relazioni sociali, la coesione sociale non si compra con i soldi, non si può portare da fuori con la protezione civile, non la si crea con il populismo della soddisfazione dei bisogni da parte di chi governa. La coesione sociale non la si cala dall’alto, non la si dona con un SMS o una donazione anonima tramite banca.
E forse, chissà, non si ricostruirà così come era prima del terremoto o magari sarà migliore di prima. Ma poche forse sono le cose vere che si possono fare; parlo di quelle verità di cui parlava Gandhi, quelle “antiche come le montagne”. Guardare con occhi diversi, ascoltare la sofferenza e la paura della gente, esserci con la semplicità di chi sa che non ha nulla da portare se non la propria capacità relazionale.
E forse l’Aquila potrebbe essere meglio di quella che ci fanno vedere in TV. E forse non solo l’Aquila.
Vai al sito di a77 per seguire il progetto
| < Prec. | Succ. > |
|---|





