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Riflessioni dagli educatori

Lettera di una educatrice combattente

comunita

Ricevo e pubblico queste riflessioni di Antonia Macellaro, giovane educatrice professionale impegnato da alcuni anni nel lavoro educativo.

Scrivo questa lettera perché ho sentito la necessità di confrontarmi su alcune incresciose situazioni professionali con cui mi scontro tutti i giorni. E allora mi presento sono Antonia Macellaro, una giovane educatrice professionale di soli 25 anni.
Per raccontare questa storia, faccio un breve passo indietro che parte esattamente il giorno dopo la mia laurea come Educatrice Professionale. Infatti appena dopo i festeggiamenti, all’incirca due anni e mezzo fa, sono partita alla volta di Milano, per specializzarmi nella laurea magistrale in Programmazione e Gestione delle politiche e dei servizi sociali. Durante il secondo e ultimo anno di università, ho iniziato a lavorare presso una comunità terapeutica riabilitativa nell’ambito della tossicodipendenza.
La mia esperienza con il nostro lavoro è sempre stata solo durante il periodo lungo e faticoso del tirocinio, e adesso avere finalmente un posto di lavoro, con degli utenti da seguire ogni giorno, emergenze da far fronte quotidianamente, gruppi educativi da condurre nel marasma della vita quotidiana, un numero non ben definito di faldoni e materiale burocratico da compilare, è stato decisamente la concretizzazione di un essere e un divenire professionale che nei mesi di tirocinio avevo soltanto intuito.
In quest’ultimo anno di comunità, ho dovuto combattere contro molte cose, sicuramente con i servizi invianti e con i loro mandati non sempre chiarissimi e talvolta ambigui, a volte mi sono sentita assolutamente fuori posto in equipe di solo psicologi che parlavano di sistemi incomprensibili e non sempre pertinenti, ma al di là di ciò ho dovuto combattere contro me stessa, contro le aspettative che mi ero costruita sul lavoro, sulle mie competenze e conoscenze, sul mio credo e il mio modus operandi. Ma sono giovane e di energia ne ho davvero tanta anche per combattere contro il mondo. Il termine combattere mi piace davvero tanto e lo utilizzerò spesso anche a seguito, proprio perché credo si addica in modo particolare al nostro lavoro e al lungo percorso di riconoscimento che ci attende.
Il riconoscimento. Questo sconosciuto per la nostra professione. Ecco ho imparato che di riconoscimenti ne abbiamo davvero poco, e quindi dobbiamo essere noi portatori sani di quest’ultimo; proprio per questo durante le lunghissime e deliranti equipe che ho dovuto affrontare, spesso mi sentivo schiacciata e inadeguata nel sentir favellare i miei colleghi di teorie sistemiche-relazionali di cui se andava bene comprendevo un paio di termini, ma anche lì combattendo contro tutte queste paure e contro quel senso di poco riconoscimento per la nostra professione, ho imparato che tutti questi paroloni e equipe di professionisti tremavano al suono di due semplici parole :” Ma quindi?”.
Ho imparato che anche io e i miei pochi anni potevamo essere una ricchezza in più, potevo portare lo sguardo di un PROFESSIONISTA, in quanto tale. La nostra professione dispone di pochi strumenti, o meglio di strumenti flessibili e versatili, che possono prendere qualsiasi forma se utilizzati con consapevolezza, creatività e professionalità, infatti non per questo deve essere reputata meno utile dell’ingegnere o dell’informatico che ci mette al posto i PC. Noi ci occupiamo di persone, ed io onestamente non conosco macchina più complessa dell’essere umano.
A parte questo, non è mia intenzione screditare in qualche modo altri professionisti o la mia equipe di lavoro di cui ne andavo fiera.
E’ invece mia intenzione fare in modo che noi educatori non screditiamo noi stessi, dato che il mondo del lavoro spesso ci induce a svolgere mansioni non attinenti e quindi screditanti, come screditante è sentire che un assistente sociale, psicologo, laureato in filosofia o in lettere possa essere impiegato come educatore. Lo credo ingiusto, profondamente ingiusto, credo che non sia onesto o leale pensare che un assistente sociale possa fare l’educatore, dato che io ovviamente non potrei essere capace di insegnare filosofia o di fare lo psicologo, e quindi io pretendo e combatto per l’avvenire che nessun psicologo possa svolgere la mansione da educatore senza frequentare il corso di studi. Pretendo rispetto e umiltà da parte di chi vuole fare una professione per cui non ha studiato, e a tale affermazione non ammetto la giustificazione “ Siamo in Italia funziona così”, è troppo facile continuare a giustificarsi. Confesso tuttavia di aver incontrato buoni educatori psicologi a cui però pareva insormontabile la stesura di un progetto educativo.
In quest’ultimo anno ho anche combattuto contro la linea sottile tra il vale la pena e il non ne vale la pena.
Il nostro lavoro è davvero complicato, frustrante e infinitamente faticoso, e talvolta certe domande sorgono spontanee. Anche perché quando ti ritrovi in una stanzina gelida con un letto altrettanto gelido a dormire in un sacco al pelo all’una di notte, dopo dieci ore di turno, in cui magari non hai visto neanche un tuo collega, e sai che la sveglia suonerà all’incirca fra cinque ore, se tutto procede bene e nessuno degli utenti va in crisi; e poi ti aspetteranno altre otto, nove o dieci ore di turno, beh in quel momento ti chiedi se davvero ne vale la pena.
Se poi aggiungi che uscirai da lavoro e sarà già o di nuovo notte (dipende dal punto d vista), e l’indomani o ti aspetta un altro infinito turno o nella migliore delle ipotesi sarà il tuo giorno libero che passerai a dormire. E in tutto questo marasma aggiungi anche che magari non ricevi lo stipendio da uno, due o tre mesi. A questo punto, la soluzione al quesito appare ovvia:” Non ne vale la pena”.
Ma le cose non sono mai così semplici. Perché il nostro lavoro è davvero incredibile. Il contatto, la relazione, le emozioni condivise, le sfide vinte insieme, la lotta continua contro se stessi a cui i nostri utenti ci rendono parteci, tutto ciò non è quantificabile. Perché vi assicuro che quando un tuo utente riesce finalmente a trovare lavoro e a portarlo avanti con successo, considerando che all’inizio non usciva dalla comunità perché non sapeva quale strada scegliere, è incredibilmente appagabile. Quando dopo mesi di colloqui o gruppi sui fattori di rischio e protezione, un tuo utente ti chiama dicendoti che è in craving ma mettendo in atto tutta una serie di strategie non è ricaduto, beh vi assicuro che in quel momento la risposta appare altrettanto chiara “ Ne vale la pena”.
Ma la natura meravigliosa del nostro lavoro non deve distoglierci dal pretendere rispetto per la nostra professione e per la nostra professionalità. Per tale motivo ho deciso di dimettermi, certamente non tutte le comunità hanno questi orari improponibili oppure non pagano le retribuzioni dei dipendenti, anche perché dopo otto ore di lavoro nessun professionista in quanto tale può essere ritenuto capace e in grado di portare a termine il proprio lavoro in modo adeguato e qualitativo, e io alla qualità del mio operato ci tengo.
E allora eccomi qua, di nuovo impegnata nella ricerca lavoro. In queste settimane mi sono imbattuta in richieste di qualsiasi cosa. Esperienze obbligatorie richieste totalmente poco pertinenti con il nostro lavoro, come ad esempio guidare un furgone con nove persone (talvolta disabili o minori), essere disposta a fare letteralmente da cuoca in comunità per minori. Questo lo trovo davvero inammissibile, poco professionale e poco rispettoso; così come ad un medico non viene richiesto di guidare l’ambulanza per riportare a casa i pazienti, pretendo di non essere esclusa dalle selezioni per mansioni non pertinenti con la professione da educatore.
Ho avuto richieste di stage per sei mesi a 400 euro, perché infatti si ritiene non sufficiente una laurea triennale con 1500 ore di tirocinio, una laurea magistrale con altrettanti ore di tirocinio, un anno di lavoro e un master in Euro-progettazione, in effetti sì a 25 anni non si può pretendere di avere già un lavoro d’altronde siamo in Italia, Giusto? Onestamente anche uno stage può andar bene se in un ambiente stimolante e rispettoso per la mia professione.
Dopo giorni di ricerca, sono molto arrabbiato, e quindi tutta questa energia ho deciso di investirla in questa lunga e pedante email e nel portare avanti la lotta per il riconoscimento della nostra professione, in cui credo fortemente.
E allora anche io ho un sogno: Un giorno sarò responsabile di un qualche tipo di servizio, ho preso un paio di lauree in più per questo, e allora pretenderò educatori professionali che siano educatori professionali, che sappiano compilare un PI o un PEI in modo adeguato, che siano consapevoli del lavoro educativo con gli utenti e non importa se non siano disposti a guidare la macchina aziendale e bisognerà trovare un'altra figura, in qualche modo farò quadrare il budget, perché la qualità del lavoro non deve essere mai sacrificata per far quadrare i conti, perché sarebbe un ossimoro.
La strada è lunga e il cammino complesso, ma io ho appena iniziato a combattere e a pensare più che mai che “ Sì ne vale decisamente la pena”.