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Riflessioni dagli educatori

Tutela dell'intervento educativo

Riflessioni di Mario Narciso sull'organizzazione del lavoro  e la professionalità degli educatori

Non scrivo su questo argomento sorretto e giustificato da teorie, ma solo dall'esperienza che continua a farmi vedere forse le cose in maniera parziale. Vorrei parlare di organizzazione del lavoro perchè è  li che secondo me ci si riconosce in problemi che tendono, se non risolti, a svuotare di senso la professionalità dell'educatore, quasi come se questo fosse dovuto a fatalità dettata dal contesto, o dal senso d'impotenza dell'operatore.

Le cooperative sociali, le associazioni e i servizi sia del pubblico che  del privato sociale operano pensano e agiscono nel campo della relazione d'aiuto, su un illusione strutturale e metodologica che è  il continuare ad esistere malgrado l'abbandono del concetto semplice del prendersi cura dell'altro, accettando passivamente, ma con adulta e falsa assunzione di responsabilità, che in fondo in fondo non è possibile guarire, salvare tutti.  Niente di più vero. Dietro o forse visibile a questa realtà ne esiste una parallela di gruppi di lavoro fortemente ancorati a indirizzati ad applicare metodologie di lavoro  esplicitamente funzionali alla propria sopravvivenza economica sul mercato dell'aiuto. La strada che loro scelgono non è una preoccupazione consapevole sul fatto che il prendersi cura si sta inevitabilmente disumanizzando e si sta estraniando dai soggetti, ma persiste come obiettivo a stabilire autoreferenzialità nella  giustificazione e auto legittimazione del proprio metodo-prodotto offerto sul mercato. Tutto questo non è il solito sfogo. Sparire dal mercato non è piacevole. Non lo è nemmeno per me parlando come educatore professionale e come lavoratore. Ma so di molte persone che non hanno potuto  continuare questo lavoro. Il motivo è uno èd è anche questo semplice: una richiesta di formazione e operatività indirizzata all'eccellenza del servizio con un corrispettivo economico per il singolo operatore sottoproporzionato e ridicolo e con strumenti di lavoro non sempre all'altezza .Non so chi, il mercato, la motivazione dell'educatore, le ragioni di contesto, entrano e sfondano la porta della relazione d'aiuto condizionandola fortemente, confondendo i livelli ,emotivo - razionale, personale- professionale improprio e scomodo, sia per se stessi e dannoso per chi si sta aiutando. La scena che nessuno vuole immaginare, soprattutto i pavoni di questo immenso giardino, i falsi predicatori della pulizia del setting è questa "Mi presento a te utente, persona che ha bisogno d'aiuto, ma io devo essere assistito anch'io perchè non posso fare una vita decente,  perchè non ho  uno stipendio decente, e perchè non ho abbastanza tempo perchè sono costretto ad affrontare il problema del  tuo aiutarti e contemporaneamente devo legittimare non la tua sopravvivenza ma quella della mia cooperativa, mentalizzando un ricatto a cui tu utente devi sottoporti:se non ci fossimo noi chi ti aiuterebbe?

Tutto questo facilita secondo voi la tutela di un qualsiasi intervento educativo e quindi  di conseguenza la professionalità dell'educatore?. Gli elementi di struttura organizzativa non sono all'interno di una scala di valori relativamente al lavoro di educatore, ma sono il lavoro, a pari dignità dei percorsi formativi, e dei processi di cura e di riabilitazione. La supervisone fuori staff, la compresenza minima di diverse figure nella'atto educativo. La garanzia di elementi e di modi di comunicazione che non mortifichino la volontà del democratico confronto. Il rispetto dei ruoli e dei luoghi,  l'uscire per noi educatori dall'ambiguità  di soggetti che devono pensare, elaborare, ma alla fine obbedire e mai decidere perchè all'interno dell'equipe multidisciplinare siamo predestinati a rimanere piccoli e quindi non decidiamo quasi mai. Questi, ed altri ce ne sarebbero, sono per me elementi strutturali a beneficio nostro ma anche a beneficio di una qualità del lavoro. Non si può dire ad un lavoratore non ci sono elementi di tutela del tuo lavoro, ma sia io cooperativa o altro e tu possiamo fare un buon lavoro e tendere all'eccellenza nel nostro ramo. Non solo è un modo di comunicare che mette a confronto possibili antagonismi ideologici, e in questo lo ammetto potrebbe rivelarsi un alibi in sede di un confronto non consumato su elementi concreti, ma è soprattutto la certificazione secondo me di un forte cambiamento  del modo di concepire il mondo della cura e del sociale  che paradossalmente invece non sortisce nessun cambiamento per una figura professionale come quello dell'educatore che è centrale e soggetto attivo. Di quale aumento e riconoscimento stiamo concretamente parlando, se non ci sono almeno in lombardia i presupposti culturali e di conseguenza funzionali, nelle singole realtà, dove questo riconoscimento possa avvenire. In realtà, ma forse questo è troppo masochistico, dovremmo tirare le fila e chiedere soprattutto agli enti pubblici privati che cosa vogliono realmente farsene degli educatori;  la diversità dei contesti non garantiscono la dignità e la coerenza professionali. Siamo nelle condizioni di chiedere aumenti  rispetto solo alla nostra certificazione  di esistenza e non rispetto ad un lavoro e ad una nostra professionalità,  di cui, noi per primi, non riusciamo ad evidenziarne e al mondo le sue peculirità e di conseguenza il suo valore.  

Da una parte la consapevolezza della precarietà che ci appartiene sia come storia che come ambito all'interno della quale si compie l'atto del prendersi cura. Dall'altra la consapevolezza di sentirsi fabbri, modificare il ferro senza martello e sentirsi continuamente dire: "Non è che non hai il martello il problema vero, ma è il tuo senso d'impotenza che ti rende ossessivamente convinto che ce ne sia bisogno".